Un venerdì al Verdi

Finardi a Pordenone. Al Verdi. Lo leggo nel numero di settembre della news-letter del Teatro. Mhmm…

Giovedì sera rientro dopo una serata d’incontro con gli sci club. Mi metto in letto con il portatile sulle gambe per controllare la posta. Sai mai, qualcosa di importante…

Trovo il nuovo numero della news-letter del Verdi; c’è il faccione di Finardi in alto sulla prima colonna. Finardi! …me n’ero dimenticato! ‘cccidenti a me! Meno male che è il 23… ‘spetta che compro il biglietto. Click sul link. Si carica la pagina web del teatro: “Finardi SUONO…”. Dopo qualche attimo di “Vado si, vado no…” faccio click sul link della biglietteria elettronica. Click, click, click… scegli il posto. Sceglo: c’è poco da scegliere tra quelli che mi propone il sistema. Ne scelgo uno. Click, click… e arriva il messaggio sul cellulare che mi avvisa che qualcuno ha acquistato con la mia carta di credito. Qualcuno sono io: tutto okay.

Sono contento per Eugenio, ma non pensavo ci sarebbe stato già il pienone così in anticipo. Bene.

Il 23… devo ricordami di scendere per tempo da Piancavallo, magari quel giorno salgo in macchina. iCal, d’improvviso mi dice che oggi è il 22. E va bene: oggi è il 22. Ed allora? Semplice dice lui: il concerto è domani: domani. Domani quando? Domani, domani il 23. Ah! Domani… il 23!
Domani.
È.
Il.
Ventitré.
…’cccidenti!

Era tardi. Ero tardi. Stampo il biglietto ed ancora un po’ incredulo sul fatto che dopo il 22 c’è il 23 mi addormento.

Entro. La platea è piena. La fauna è più da teatro che da concerto. Fila 16 posto 13: il mio. In fondo, davanti al mixer. La visuale è buona però.

Giù le luci. Giù il brusio. Su il silenzio.

Sul palco si aprono le quinte. Un faro abbaglia la sala per un lungo minuto. Sul palco si chiudono le quinte.
Sul palco si aprono le quinte. Un faro abbaglia la sala, ma si vede qualcosa dietro.
Sul palco una voce parla.
Sul palco scende l’intensità del faro.
Sul palco inizia il concerto.

Un brano con che non conosco si chiude con l’applauso ed Eugenio racconta. Aneddoti che si aprono con un pretesto che sembra svincolato dal resto ma al contrario ci sono riferimenti al contesto del concerto ed annodano un percorso che introduce il prossimo brano. Uno che conosco bene.

Finisce ed Eugenio ci racconta altre cose che intrecciano il brano precedente a quello successivo con una passeggiata da un lato all’altro del palco interrotta da soste in macchie di luce vicino alle quinte.

Il velo sale per coinvolgere i musicisti -chitarra, batteria, contrabbasso e tastiere-, il velo scende per concentrare l’attenzione sul protagonista. Alla terza occasione il procedimento è assimilato e non ci bado più. L’attenzione rimane per lo spettacolo.

Tutte canzoni vecchie: c’era anche Diesel. Tutte nuove però negli arrangiamenti, nei suoni e nel ritmo sincopato. In una mi raccontano che il principe azzurro ha venduto il castello e fa l’ingegnere: bravo, è uno stimato collega! Me ne ero dimenticato.

Progressivamente più coinvolto sciolgo la riserva che mi portavo dietro da un concerto di qualche anno fa. Con il raccontare scopro che il 93 era stato un anno poco felice per il protagonista e deduco che probabilmente la persona sbronza che ha autografato il libretto del CD Occhi ha passato anche lui le sue e che le ha risolte. Niente di nuovo ma tutto rinnovato.

Applausi ritmano le canzoni e premiano gli assoli, in particolare quello del chitarrista Max Carletti che improvvisa variazioni sul tema di Extraterrestre che ha animato il bis.

Si chiudono le quinte lasciando sulla ribalda i protagonisti dello spettacolo che raccolgono il consenso del pubblico e ammiccano tra loro.

Un ultimo inchino. Luci. Fruscii di cappotti e giacche sul brusio di fondo.

Fuori pioviggina.

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